Black Lives Matter – Il problema del razzismo in Asia

Stiamo vivendo un 2020 dove, a causa del brutale omicidio di Geroge Floyd,  finalmente il mondo sta prendendo atto in maniera molto forte dei problemi legati al razzismo, ma questa ondata di ‘Black Lives Matter’ sembra non aver investito minimamente il mondo dell’Asia Orientale 

In Europa e negli Stati uniti ondate di proteste stanno andando a formare una nuova coscienza sociale, rivisitando persino il giudizio su alcune figure spesso controverse del passato, mettendo in evidenza tutte le brutalità commesse in epoca coloniale, basti pensare all’abbattimento della statua del re del Belgio Leopoldo II ad Anversa. Nella speranza che queste manifestazioni portino a dei cambiamenti sociali veri, e che lo sport continui a fare la sua parte, nella zona orientale del mondo invece, il ‘Black Lives Matter’ non ha attecchito per nulla ed il problema del razzismo nelle società dell’Asia orientale non è stato affrontato nemmeno a livello sportivo.

Nel mese di giugno nella pagina Instagram della federazione Taiwanese (si ringrazia Franco Ficetola per la segnalazione) è stato pubblicato un video, nel quale due giocatori del Tatung devono indovinare attraverso delle foto o degli indizi il nome del loro compagno di squadra. Uno dei due calciatori dice all’altro 黑巧克力, ovvero ‘Cioccolato Nero’ riferendosi a Ben Amed Ouèdragogo, loro compagno di squadra proveniente dal Burkina Faso.

Riferirsi ad una persona di colore come ‘Cioccolato’ è naturalmente offensivo: nel 2011 la Naomi Campbell denunciò la compagnia produttrice di cioccolata Cadbury, per aver pubblicizzato il nuovo prodotto, Bliss, con lo slogan ‘More over Naomi, ther’s a new Diva in Town’, comparando dunque la modella al cioccolato a causa del colore della pelle.

Nell’Asia Orientale (Giappone, Cina, Corea etc… ) vi è un problema con il razzismo, per quanto non se ne parli tanto a livello di media mainstream in quanto non vi sono episodi di violenza brutale come siamo purtroppo abituati a vedere in America o Europa. I parametri per quel che risulta essere offensivo o meno, in quella parte di mondo, sono diversi rispetto all’occidente. Nel video della Federazione Taiwanese ad esempio il termine ‘Cioccolato’ è stato utilizzato con intenzioni ironiche, mentre altre volte un giocatore di colore viene chiamato 小黑, ovvero ‘Piccolo Nero’. Non vi è alcuna sensibilità nel capire che i giochi di parole e d’immagine riguardanti il colore della pelle possono risultare quantomai offensivi. Il punto di vista dal quale osservare la questione non deve essere quello dei giocatori asiatici che sorridono del gioco di parole, bensì di chi subisce l’offesa.

La discriminazione in Cina fra società e sport

Per capire meglio il problema del razzismo nell’Asia orientale, da Taiwan mi vorrei spostare verso la Cina, non perchè penso che questo paese ha un problema più accentuato di altri, bensì per il motivo che lo conosco meglio vivendo a Pechino dal 2018.

Vorrei richiamare alla vostra memoria lo sport di un detergente cinese pubblicato nel 2017: un ragazzo di colore si avvicina ad una ragazza cinese per baciarla, ma questa lo infila dentro la lavatrice attivandola. Il ragazzo di colore riemerge dopo alcuni secondi con l’aspetto di un cinese, come se il nero fosse stato lavato via. Uno spot di cattivo gusto che ha scatenato non poche polemiche all’epoca, ma questo per lo standard cinese è completamente normale, quasi ironico, non ci si ferma a pensare che possa urtare la sensibilità di altre persone.

Il razzismo in Cina nasce dal fatto che, fino agli anni ’90, la popolazione non ha quasi mai avuto a che fare con persone di colore, inoltre il governo, in particolar modo negli ultimi anni, sotto la direzione di Xi Jinping, ha promosso delle campagne nazionalistiche ed estremamente conservatrici, basti pensare al fatto che nei programmi tv non è possibile mostrare tatuaggi, così come è vietato qualunque riferimento all’omosessualità. Il divieto è stato esteso anche alle Nazionali di calcio maschili e femminili.

Le proteste in America e in alcuni paesi Europei sono state più veementi in quanto vi è una maggior consapevolezza sociale del problema, mentre in Cina, per quel che riguarda tutte le questioni riguardanti la diversità, non vi è alcun tipo di sensibilità. L’individuo di colore viene dunque visto con diffidenza, spesso nelle offerte di lavoro, come mi è capitato di vedere molteplici volte, quando si cercano insegnati di inglese nelle scuole, si specifica che non deve essere nero. Altre volte ho sentito molteplici persone lamentarsi della comunità africana a Guangzhou, la più numerosa in Cina, accusata senza cognizione di causa di essere ricettacolo della malavita e dello spaccio di sostanze stupefacenti, quando in realtà si tratta di una comunità molto attiva e dinamica, composta da studenti, lavoratori, musicisti ed imprenditori.

Come abbiamo avuto modo di osservare, il fenomeno del razzismo nel mese di aprile si è amplificato notevolmente con lo scoppio di un nuovo focolaio di coronavirus all’interno del distretto africano di Guangzhou. Tutti gli abitanti africani di quella zona sono stati costretti all’isolamento preventivo, ma soprattutto, anche al di fuori dell’area, altre persone di colore sono state costrette a lasciare la loro abitazione per 14 giorni al fine di trasferirsi in un hotel selezionato dalle autorità a loro spese, o nel peggiore dei casi, sono stati sfrattati. Non sono stati rari nemmeno i casi isolati di discriminazione in quel periodo persino al di fuori della città di Guangzhou, quando a persone di colore veniva vietato l’ingresso in ristoranti o centro commerciali.

Il razzismo in Cina non riguarda solamente le persone di colore o gli stranieri in generale, ma anche le minoranze etniche provenienti in particolar modo dalla parte occidentale del paese. nel 2017 ho avuto modo di intervistare il gruppo Aquila Ultrà Destra dello Shandong Luneng, club della Chinese Super League: “Nella nostra società c’è un ranking, al primo posto vi sono le persone di etnia Han, al secondo i funzionari di governo e al terzo le minoranze etniche. Anche nelle carte di identità c’è scritto a che gruppo si appartiene. Il nostro scopo è quello di proteggere la nostra cultura, i nostri ideali, è questo il discorso che stiamo cercando di portare avanti nelle curve.”

Tornando all’ambito sportivo, nel maggio 2019 il sito cinese Dongdaqiu pubblicava un articolo alludendo alla possibilità di naturalizzare calciatori brasiliani come Ricardo Goulart, Elkeson e Fernandinho, ipotesi che si è poi concretizzata. Parte dell’opinione pubblica cinese nella sezione commenti (che abbiamo tradotto) ne è venuta fuori con opinioni razziste: “La chiave della naturalizzazione è il controllo di questa, ma non posso accettare il fatto che in futuro la squadra Nazionale sia composta maggiormente da naturalizzati o neri.”  Oppure:“Guardate la squadra francese, è composta solo da neri, quella cinese si sbiancherà od annerirà in futuro”. La questione della Nazionale francese è emersa in maniera molto stupida anche sui media italiani, come se una persona di colore, nata e cresciuta in Francia non possa essere considerata francese. Questo stereotipo purtroppo, come un virus, si è diffuso anche dall’altra parte del mondo.

La prima volta che la Cina ebbe a che fare con un atleta di colore in campo nazionale, fu con la selezione maschile di volleyball nel percorso verso le Olimpiadi di Londra del 2012. Nella squadra era stato chiamato Ding Hui, nato da madre cinese e padre sudafricano nella provincia orientale dello Zhejiang. La storia di Ding Hui ai tempi fu ripresa anche dai media internazionali, prima d’ora la Cina non aveva mai avuto a che fare a livello sportivo con questo tipo di ‘problema’: uso questa parola perchè i commenti sui social media all’epoca non sono stati dei più benevoli: “sicuramente è molto forte fisicamente ed ha senso del ritmo” oppure “Nero e cinese? Com’è possibile?!”

Life of Guangzhou - African-Chinese in China Volleyball Team
Ding Hui – primo atleta di colore nella storia della Nazionale Cinese

Sugli spalti della Chinese Super League non sono mai avvenuti episodi di razzismo, l’unico spiacevole episodio si è avuto in campo nella stagione 2018, quando a seguito di un violento scontro di gioco, Zhang Lu, giocatore del Changchun Yatai, ha insultato Demba Ba (allora allo Shanghai Shenhua) alludendo al colore della sua pelle scatenando una violenta reazione nell’ex Chelsea.  “Later, Demba Ba attacked and choked me, I really don’t get why.” Sono state le ridicole parole di difesa di Zhang Lu, il quale è stato poi squalificato dalla Chinese Football Association per alcune giornate con l’accusa di aver utilizzato un ‘linguaggio offensivo’ senza alludere al razzismo, come piace tanto fare ai media italiani che si tengono ben lontani da quella parola.

Altro episodio estremamente controverso riguarda la trasmissione della partita in Cina fra Borussia Dortmund e Paderborn dello scorso giugno, terminata sul punteggio di 6-1 per i gialloneri: Jadon Sancho  festeggiò il gol esibendo la maglia con su scritto Black Lives Mattter, ma in quell’occasione il commentatore cinese, si rifiutò di tradurre il messaggio sostenendo che potesse danneggiare la sensibilità di alcuni spettatori.

Il problema del razzismo in Giappone e Corea

La Cina non è l’unico paese dell’Asia Orientale ad avere un problema con il razzismo: come indicato da quest’articolo del New York Times, le proteste relative al Black Lives Matter sono arrivate fino a Tokyo, coinvolgendo in particolar modo le comunità straniere, ma queste si sono dovute scontrare con l’ostracismo dell’opinione pubblica e delle autorità che hanno cercato di bloccare i manifestanti con l’accusa di propagare il covid-19. L’articolo del NYT spiega come il Giappone sia estremamente discriminatorio nei confronti delle altre etnie, come i Zainichi (i coreani in Giappone) o i gruppi indigeni degli Ainu ad Hokkaido.

Il giocatore di basebell Louis Okoye (per metà giapponese e per metà nigeriano) è stato spesso bullizzato da adolescente a causa del colore della pelle e su twitter ha scritto: “Guardo fuori dal balcone di casa e penso che se salto giù, forse potrò rinascere come un normale giapponese.”

La situazione non è tanto diversa in Corea del Sud, paese fortemente nazionalista e patriottico: secondo il sondaggio della Women Migrants Human Rights Centre of Korea, nove intervistati su dieci hanno dichiarato che il razzismo esiste in Corea. Inoltre, come riportato da quest’approfondimento sulla questione, del South China Morning Post, Lee Wan, attivista di Asian Human Rights and Culture, dichiara che “il paese nella sua legislazione non ha una definizione legale di discriminazione razziale”.

In ambito sportivo, l’unico giocatore ad aver partecipato al movimento Black Lives Matter è stato l’attaccante del Jeonbuk Lee Dong-gook, il quale ha tributato George Floyd

In conclusione, per quanto l’Asia Orientale sia una parte di mondo estremamente affascinante e nella quale vale la pena vivere, dobbiamo riconoscere che dal punto di vista delle questioni razziali e della diversità siamo ancora indietro anni luce. Le società sono estremamente conservative e l’omosessualità ad esempio è Tabù. Fino ad ora in Asia, solamente nell’isola di Taiwan sono state riconosciute le unioni fra persone dello stesso sesso.

 

 

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